| Giornate di Spiritualità della FS |
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Carissimi fratelli, sorelle, membri tutti della Famiglia Salesiana, oggi siamo convocati dalla Chiesa che ci invita a celebrare, come Famiglia di Dio, il mistero della Morte e Risurrezione del suo Figlio. La domenica, come nessun altro giorno della settimana, ci ricorda che Gesù è stato inviato ad annunciare ai poveri il lieto messaggio. Nella domenica, come in nessun altro giorno della settimana, la sua Parola risuona nella Chiesa. Anzi, la sua Parola ci edifica come un solo corpo e ci rende strumento di liberazione e di salvezza per il mondo, per i giovani. Noi siamo la comunità della Parola. Essa ci rende discepoli ed apostoli. Ecco il messaggio pregnante della liturgia d’oggi. Concludiamo così, nella forma migliore, queste Giornate di Spiritualità della Famiglia Salesiana in cui abbiamo appunto riflettuto su la nostra identità di discepoli ed apostoli, e sulla nostra missione di evangelizzatori dei giovani. Oggi siamo dunque invitati a ringraziare Cristo per il suo Vangelo, che è lui stesso, perché in lui il suo messaggio è inseparabile della sua persona. Anche per noi è così: non possiamo separare il suo messaggio della sua parola. Senza Cristo il vangelo diventa una filosofia, una mitologia, un’ideologia. Questa celebrazione mentre ci fa ringraziare il Dio della Parola, che parlandoci ci fa conoscere il suo Amore, sé stesso, rivela se e rivela noi, e così ci trasforma, diventa un pressante appello per rinnovare il nostro impegno a essere evangelizzatori e portare il vangelo ai giovani. La parola di Dio, che abbiamo sentito, non potrebbe essere più illuminante e stimolante per l’occasione, come programma di vita e come viatico per il nostro cammino. Nella prima lettura, Neemia ci parla appunto della ricostituzione del popolo di Dio dopo l’esilio attraverso la Parola. Ricordare le gesta del Signore in loro favore, la loro resistenza e mancanza di fedeltà a Dio, la conseguente distruzione ed esilio e la promessa della ricostruzione riempiono di gioia il popolo, che rinnova la sua alleanza con Dio e si impegna a diventare luce delle genti. Il giorno del rinnovamento dell’Alleanza con Dio diventa così un giorno consacrato al Signore. Non è certamente diversa la nostra missione oggi al servizio di questa società, tanto bisognosa di luce, di speranza, di futuro. Anche qui è ripartendo dalla Parola, dal Vangelo, o meglio, da Gesù “buona e lieta notizia di Dio per l’Umanità”, che riusciremo a rinvigorire la nostra Alleanza con Dio, a edificarci come corpo di Cristo, e a diventare strumento di liberazione e di salvezza del mondo, dei giovani. In effetti, nella seconda lettura Paolo descrive la comunità cristiana come il ‘corpo’ di Cristo. Il corpo è «uno», eppure vi è in esso una ricca pluralità e diversità di membra. Tuttavia il fondamento di tale corpo rimane solo il Cristo: «Così anche Cristo». In questo modo l’Apostolo ci porta di colpo alla radice: la comunità non è semplicemente comeun corpo sociale, un raggruppamento di soci né una società di amici, ma, in virtù del battesimo e dello Spirito, è veramente il corpo di Cristo. Per cui le differenze sociologiche (essere schiavo o libero) e anche quelle religiose (essere ebrei o pagani) perdono di importanza e sono abolite. Le nuove differenze presenti nella comunità sono funzioni e servizi, non dignità e divisione. Queste differenze sono necessarie per la costruzione dell’unico Corpo di Cristo che è la Chiesa fatta da diversi. In essa ciascuno esercita una funzione insostituibile, come ogni cellula nell’organismo umano. La vera minaccia contro l’unità della chiesa non viene dalle varietà dei doni dello Spirito, ma semmai dal tentativo di uno dei doni di erigersi al di sopra degli altri, o dal suo rifiuto di servire, o dalla sua pretesa di fare a meno degli altri. Nessuno di noi può dire ad un altro: ‘non ho bisogno di te’; come membra di un solo corpo, Cristo, tutti i membri, anche i meno onorati, sono necessari per vivere. Il nostro compito di essere “sale della terra” e “luce del mondo”, specialmente per i giovani, dipende certo dalla nostra identità cristiana, ma anche dalla nostra unità di cuore, d’intenti e di progetti come Famiglia Salesiana. Infine, nel vangelo Luca racconta la presentazione pubblica che Gesù stesso fa della sua persona e della sua attività nella Sinagoga attraverso un discorso inaugurale e programmatico. Gesù legge un passo del profeta Isaia (Is 61,1s.), in cui lui trova la sua vocazione e missione: “portare ai poveri il lieto annuncio, proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista, rimettere in libertà gli oppressi, predicare l’anno di grazia del Signore”. Inoltre Gesù fa del testo profetico una lettura attualizzante, che accentua l’opera di evangelizzazione e di liberazione e l’universalità della salvezza: «Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi». La sua venuta realizza l’attesa del profeta e degli uomini. Egli così si proclama Messia; la promessa di Dio si compie «oggi» nella sua persona. Lui stesso è il Vangelo, la buona e lieta notizia del Padre, all’Umanità. L’oggi è precisamente la novità di Gesù. Con lui sono iniziati gli ultimi tempi, che si prolungano nel tempo della Chiesa e nel nostro tempo. E la missione che Gesù ha inaugurato è particolarmente rivolta ai poveri e agli ultimi. Come dice Isaia, Gesù rivolge la «lieta notizia» ai peccatori, agli oppressi, agli emarginati di ogni condizione, perché Dio ama l’uomo e scommette sulla sua salvezza. Per il Cristo ogni essere umano vale ed èprezioso ai suoi occhi, tanto che lui è venuto proprio per tutti, a cominciare dai meno potenti o dai più sofferenti. Non ci sono di fronte a Dio emarginati, anzi per lui gli ultimi sono i primi riferenti del Vangelo e del suo regno. Solo la ‘buona e lieta notizia’ di Gesù è capace di scuotere e infondere dignità e speranza a ogni uomo emarginato. Luca rende evidente una delle dimensioni più caratteristiche dell’attività di Gesù nell’ adempimento della sua missione messianica: l'amore di predilezione per i più bisognosi. Basta uno sguardo anche superficiale ai vangeli per accorgersi che tale predilezione presiede l’intero suo agire. Lì dove egli trova qualcuno che è piccolo, povero, escluso, emarginato, oppresso, sia dalle malattie o dagli spiriti cattivi che dagli altri uomini, lì egli prende posizione in suo favore. Così nei confronti dei bambini, dei peccatori, degli ammalati, delle donne, degli stranieri. E si spiega perché mai egli agisca così se si tiene presente che il suo cuore, come quello del Padre suo del cielo, è pieno di passione per la vita di tutti, e anzitutto di quelli che di vita ne hanno meno. Insieme al Padre, anche lui s’intenerisce davanti a coloro che si vedono privati dalla loro dignità e dai loro diritti. Questo modo di comportarsi di Gesù è un invito a plasmare, come persone e come comunità, come gruppi e come intera Famiglia Salesiana, a plasmare la nostra vita e la nostra attività educativo-pastorale sulla sua, accompagnando l’annuncio evangelico con l’impegno per la promozione umana e la creazione di una cultura cristiana. Tocca a noi poter portare ai poveri, ai piccoli, ai bisognosi, ai giovani, un lieto annuncio di salvezza che dia speranza e futuro alla loro vita; tocca a noi fare da Gesù per i nostri giovani sì da dire, come a Nazaret, «oggi si è adempiuta questa Scrittura». Chiediamo il Signore la grazia di essere fedeli seguaci di Gesù, docili all’azione dello Spirito che ci ha consacrato per portare ai giovani il lieto annuncio ed essere pronti a venire incontro agli afflitti, agli umiliati, agli affranti, spezzati nel cuore dalle pene, ai prigionieri, ai bisognosi, ai deboli, agli indifesi, ai disprezzati, emarginati o esclusi dagli altri. Solo così Gesù potrà continuare a ribadire anche alla nostra generazione che «Oggi si è adempiuta questa Scrittura». Don Pascual Chávez V. |
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Si sono concluse a Roma le 4 Giornate di Spiritualità della Famiglia Salesiana, occasione preziosa di studio e confronto sul tema della Strenna "Signore, vogliamo vedere Gesù".

