| Giornate di Spiritualità FS 2011 |
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Si sono concluse a Roma le 4 Giornate di Spiritualità della Famiglia Salesiana, occasione preziosa di studio e confronto sul tema della Strenna "Venite e vedrete".ll Rettor Maggiore ha spronato tutti i presenti (e in cascata tutti i componenti dei Gruppi della Famiglia Salesiana) a creare una cultura vocazionale, che faccia capire che la vita è un sogno da realizzare, una missione da svolgere, e quindi di aiutare i giovani a maturare la loro vita battesimale fino a scelte coraggiose ed impegnative a favore della Chiesa e della società. Riportiamo il testo dell'omelia finale che don Pascual Chàvez ha voluto lasciarci a conclusione dell'evento. Carissimi fratelli e sorelle,
concludiamo oggi le Giornate di Spiritualità della Famiglia Salesiana con il messaggio che ci lascia la Parola di Dio, vale a dire, quello dell’inizio del ministero pubblico di Gesù con la sua totale dedizione alla predicazione e costruzione del Regno di Dio, l’invito alla conversione e la chiamata dei primi discepoli, convertiti in pescatori di uomini. Mi sembra provvidenziale per il tema che abbiamo cercato di riflettere questi giorni: il bisogno di creare una cultura vocazionale, che faccia capire che la vita è un sogno da realizzare, una missione da svolgere, e quindi di aiutare i giovani a maturare la loro vita battesimale fino a scelte coraggiose ed impegnative a favore della Chiesa e della società.
Gesù, che è venuto a compiere la profezia di Isaia e a riempire di luce questo mondo, ci dice che per non camminare più nelle tenebre e godere della salvezza promessa abbiamo bisogno di convertirci, di accogliere la buona novella del Regno di Dio e di condividere la sua vita e la sua missione. Solo così il mondo potrà esperimentare la vicinanza di Dio e ascoltare la sua Parola.
È indicativo che sia Gesù stesso ad interpretare l’arresto di Giovanni come il segno di Dio per lasciare Nazareth, la sua casa e la sua famiglia, per uscire dall’anonimato in cui era vissuto fino a quel momento, e portare il vangelo della salvezza al mondo. Va ad abitare a Cafarnao, un piccolo villaggio di pescatori accanto al mare di Galilea, e la sua presenza illuminerà l’esistenza di quanti risiedono nelle tenebre e nell’ombre della morte. Una luce nuova, un raggio di speranza sorgi ovunque dove Gesù si fa presente, non importa quanto piccolo ed emarginato sia il luogo. Oggi come ieri si adempie la promessa di Dio.
Coloro che abitavano nella Galilea avevano conosciuto durante secoli l’oppressione delle potenze pagane e il disprezzo delle autorità giudee. Essendo lontani da Gerusalemme erano preda facile dei nemici; essendo lontani da Gerusalemme erano denigrati trai propri connazionali. Ed è proprio lì, in un luogo sperduto e di mala fama, che Gesù sceglie di fare la sua presentazione pubblica, d’inserirsi in mezzo a loro e vi fissare la sua dimora. Questa sua scelta lo accompagnerà tutta la vita: sarà conosciuto come “galileo”, anche con la connotazione negativa che caratterizzava questa regione.
Ma questo non importò a Gesù. Con la sua incardinazione in Galilea Dio incomincia a realizzare la sua promessa: Gesù si converte in concittadino di coloro che portavano una vita insignificante, senza futuro e con poche luci. La sua volontà d’essere compatriota di quanti erano stati umiliati, di quanti non contavano, di quanti non erano sufficientemente apprezzati, accolti o amati, inaugura il suo ministero e spiega che la predicazione del Regno parte da loro, dagli ultimi. Il Dio che Gesù predica inizia ad essere sovrano tra i poveri.
Gesù può essere anche per noi luce, sorgente di vita e calore, capacità di discernimento e chiarimento di problemi personali e sociali, nuova visione delle cose e delle persone, sostegno nel cammino della vita e la sicurezza di accertarne con lo scopo ultimo. Occorre però sentire il bisogno di Lui ed occorre collaborare con lui, rispondendo alla sua chiamata e diventando pescatori di uomini. Affinché Gesù ci si converta nella luce che ci manca, nella luce che manca specialmente ai giovani, dobbiamo riconoscere lo smarrimento di una vita senza Dio e senza il Vangelo, come quella che si sta tentando di imporre, le tenebre che ci avvolgono e le ombre di morte in cui siamo seduti. Soltanto camminando accanto a Gesù, soltanto contemplando le cose e le persone alla sua luce, diventeremmo uomini e donne illuminati, persone la cui esistenza risplende e attira l’attenzione, e potremo noi stessi essere luce per gli altri.
Se Gesù ha fatto la scelta di vivere tra noi per riempire di luce questo mondo di tenebre, a noi corrisponde fare la scelta di accettare le sue esigenze (“Convertitevi perché il Regno di Dio è vicino”) e il suo appello “Venite dietro a me”). È davvero significativo che le prime parole che Gesù rivolse ai suoi concittadini domandassero un cambiamento radicale di comportamento. Gesù non poteva essere luce e vita, speranza e salvezza per i suoi compaesani se loro stessi non comprendevano la loro vita alla luce di Gesù e del suo Vangelo, e non erano disposti a porre solo in lui la loro speranza di salvezza. La conversione, infatti, altro non è che porre la propria vita sotto lo sguardo di Dio e vederla e volerla alla luce delle sue esigenze.
La trasformazione del mondo è frutto della nuova evangelizzazione, e questa ha bisogno di nuovi evangelizzatori. Tocca a noi in questo momento della storia fare splendere la bellezza del volto di Gesù nella nostra esistenza personale, nella vita comunitaria, nell’assetto istituzionale, nella sfera ecclesiale e dare speranza e futuro ai giovani.
Da questo punto di vista la strenna: “Venite e vedrete” o il bisogno di convocare è un programma spirituale e pastorale entusiasmante ma molto impegnativo.
Cristo diventa la luce nostra se gli diamo lo spazio perché illumini la nostra esistenza. Sentiremo il calore della sua luce e la forza del suo splendore se permettiamo che entri nelle nostre comunità.
Sarà veramente il Signore di tutta la nostra Famiglia Salesiana se ci azzardiamo ad essere sudditi del suo Regno e assumiamo il Vangelo come unica legge. Siamo chiamati a convertirci – e questo è un appello di Gesù – per capire la vita, viverla e programmarla alla luce di Cristo. Convertirsi a Lui significa porre Lui al centro della nostra esistenza, farlo sostegno dei nostri piani e speranze, appoggio nelle nostre debolezze e carenze, modello delle nostre scelte pastorali, e così diventare compagni di vita e di missione, cioè essere apostoli.
Per rendere visibile Dio nel mondo, per essere segni e portatori del suo amore ai giovani, ci vuole collocare la nostra vita personale alla luce di Dio, vale a dire, ci si deve vivere secondo la sua volontà, adottare come propria la sua forma di vita. In effetti, la prima cosa che fece Gesù dopo aver annunciato la vicinanza di Dio e richiedere un cambiamento di vita, fu invitare ad alcuni pescatori a diventare compagni di vita e di missione. Ed essi dovettero lasciare tutto quanto occupava e preoccupava la loro esistenza, lavoro e reti, e staccarsi da quanto occupava la loro mente e il loro cuore, famiglia e casa, pur di non avere altro compito che la sequela di Gesù. Solo così riuscirono a fare propria l’immensa compassione per l’umanità impoverita, sofferente e senza futuro, e a ridare speranza, dignità ai poveri e ai piccoli.
Io mi auguro che questo anno 2011 possiamo elaborare, come don Bosco a Valdocco, una cultura vocazionale che aiuti i giovani a consegnare la propria vita a Dio e agli altri.
Pascual Chávez V.
Roma – 23 gennaio 2011 |
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